gototopgototop

Visionare l'informativa sulla privacy
  • story
    Storia
  • soci
    Soci
  • attrezzatura
    Squadre e atleti
  • attivitasportiva
    Gare
  • gallery
    Gallery
  • link
    Links
  • contatti
    Contatti
Messaggio
  • Il presente Sito Web utilizza solo cookie di tipo tecnico e di terze parti. Non sono implementati cookie di profilazione. Proseguendo la navigazione e cliccando con il mouse in qualsiasi punto dello schermo esterno al presente banner, verrà accettata l’impostazione predefinita dei cookies.

    Prendi visione della privacy

Il SAI sul Kilimanjaro 16 Agosto 2012

alt


12 - 17 Agosto 2012.
Giovedì 16 Agosto Il SAI un gruppo di cinque giovani amici ha portato la bandiera SAI sulla vetta del Kilimanjaro.

La Tanzania, formalmente Repubblica Unita di Tanzania - United Republic of Tanzania, Jamhuri ya Muungano wa Tanzania in swahili - è uno Stato dell'Africa orientale. Confina a nord con Kenya e Uganda, a ovest con Ruanda, Burundi e Repubblica Democratica del Congo, e a sud con Zambia, Malawi e Mozambico. A est è bagnata dall'Oceano Indiano.
Dar-es-Salaam è la città più grande ed è stata la capitale fino agli anni settanta. Il trasferimento delle funzioni amministrative nella nuova capitale Dodoma, posta nel centro della Tanzania, non è stato ancora completato.

Nel 1880 la montagna, divenne una parte dell'Africa Orientale Tedesca dopo che Karl Peters ebbe persuaso i capi locali a firmare i trattati. La diffusa storia che la regina Vittoria donò la montagna a Guglielmo II di Germania è falsa.
Nel 1889 il Picco Uhuru sul Kibo fu nominato Kaiser-Wilhelm-Spitze, nome utilizzato nell'Impero tedesco fino alla sua sconfitta nel 1918, quando i territori divennero parte del Tanganika governato dagli inglesi, e il nome venne abbandonato.

Il Kilimanjaro, con i suoi tre coni vulcani Kibo, Mawenzi e Shira, è uno stratovulcano in fase di quiescenza, situato nella Tanzania nord-orientale. Il più antico, Shira, ad ovest, con una altitudine di 3962 metri, il Mawenzi ad est, con una altitudine di 5149 metri e, tra i primi due, Kibo, che è il più recente e mostra tuttora segnali di attività, in forma di fumarole. Tra il Kibo e il Mawenzi giace una piattaforma di circa 3600 metri, chiamata “la sella”, che costituisce la maggiore area di tundra di altura in Africa. Con i suoi 5895 metri slm è la montagna più alta del continente africano e uno dei vulcani più alti del mondo.
Non si hanno informazioni precise su quando sia avvenuta l'ultima eruzione.
La sommità del vulcano è ricoperta da un ghiacciaio perenne, il Ghiacciaio di Rebmann.

DATI
Altezza 5895 m s.l.m., catena Stratovulcano (quiescente) della Rift Valley. Ultima eruzione nessuna in epoca storica.  Coordinate 3°04′33″S 37°21′12″E / 3.075833°S 37.353333°E.
Prima ascensione 6 Ottobre 1889 Hans Meyer, Ludwig Purtscheller e Yohanas Kinyala Lauwo.

Abbiamo salito la Marangu Route in 6 giorni, con le seguenti tappe:

Day 1: campo base (Marangu Gate: 1830 m) - Mandara Hut (2740);

Day 2: Mandara Hut (2740) - Horombo Hut (3690);

Day 3: gita di acclimatamento - salita da Horombo Hut fino alle "Zebra Rocks" (4200 ca.) e ritorno a Horombo Hut;

Day 4: da Horombo al Kibo Hut (4695). Si arriva verso le ore 14, si dorme circa 6/7 ore e alle 23 ci si sveglia per prepararsi all'ascesa finale;

Day 5: partenza da Kibo a mezzanotte, salita fino al Gilman's Point (durissima!! 5681 mt), e si raggiunge la vetta (Uhuru Peak: 5.895) dopo essere passati dal Stella Point (5.756).Dopo essere stati in vetta per circa 15 minuti si scende, e si arriva di nuovo al Kibo Hut verso le 10 del mattino. Meritata dormita, e successiva ripartenza (mezzogiorno) verso l'Horombo Hut. Dislivello totale della giornata: 3.405 metri, circa 18 km di camminata in totale;

Day 6: Horombo Hut - Marangu Gate, trasferimento ad Arusham, e doccia a lungo desiderata!

 

Nella foto da sx: Nicolò Ammendola, Italo Marzotto, Lodovico Agnoli, Sebastiano Ammendola.
Non immortalato, qualche centinaio di metri più in basso: Andrea Falcone, fotografo della spedizione.

 

 

Questo l’appassionato racconto di Niccolò.

Il silenzio del vulcano
Mi siedo. Chiudo gli occhi. Respiro. Sento l’aria fredda pervadermi i polmoni facendosi strada tra un groviglio di emozione, fiato corto e battiti del cuore impazzito. Sento le particelle di aria, più sottile quassù, espandersi nel petto con la forza di cento braccia che al levarsi dal letto il mattino si stirano ampie verso il cielo. Silenzio. Chiudo gli occhi. Mezzanotte.Ho freddo. Qui al Kibo Hut, terzo e ultimo campo della Marangu Route, sul dorso orientale del Kilimanjaro, fa freddo. La temperatura oscilla tra i -15°C e i -20°C. Serro il passamontagna sotto il cappuccio della giacca antivento. Intorno a noi tanti uomini e donne, ognuno col suo lumino in testa. Poco rumore. Il silenzio, quasi religioso che precede la partenza dei drappelli che uno ad uno si distaccano dall’Hut per dirigersi verso l’ascesa, mi tranquillizza e in qualche ignoto modo m’inquieta.
Lodo, Ito, Andre e mio fratello Sebastiano sono pronti. Le nostre guide David, Jona e Josefa sono pronte. Un ultimo sguardo alle luci al led che procedono sulla parete del cratere e si perdono nel buio. Abbasso la testa. Guardo la sabbia e le rocce sotto i piedi. Regolo la torcia in fronte. Partiamo. Abbiamo 4 giorni di cammino alle spalle e qualche ora davanti, tra noi e la vetta. Intuire la fine di quel tratto tortuoso che s’arrampica fino a Gillman’s point (5600 mt.) non è facile. Un passo dopo l’altro, guadagniamo quota. Salendo a serpentina, curva dopo curva, avvertiamo i primi disagi. Le gambe si fanno pesanti. Do un mio bastoncino ad Andre che ne ha più bisogno di me. Poco dopo anche l’altro. Sono le 2.30 del mattino. Il freddo comincia a mordere. Ho i piedi congelati dal contatto continuo col suolo gelato. Il buio è totale. Non parliamo quasi più ormai. Ci fermiamo circa ogni trenta minuti per prendere fiato. respiriamo tutti come se stessimo correndo da ore; ci muoviamo mettendo un piede in fronte all’altro al ritmo di un passo ogni quattro o cinque secondi. La salita si fa più ripida; il fiato più corto. Il vento non sembra intenzionato a mollare. Sono le 3 e mezza. L’alba è ancora lontana. Sappiamo bene che le ore peggiori le abbiamo ancora davanti. Sebastiano ed io ci stacchiamo dal gruppo per non perdere il passo più spedito che -per il momento- ci possiamo permettere. “Tuende rafiki! Tuende!” mi ripete insistente Jona che ci guida. Vuol dire “Andiamo amico! Andiamo!” Ogni pochi passi un piede o l’altro mi scivolano di qualche centimetro. Allora mi appoggio con la mano sul ginocchio e mi fermo qualche secondo. La fatica è enorme. Ben più grande di quanto non avessi messo in conto. Incoraggio Seba a non mollare. Non sappiamo dove siano gli altri ma non importa. Il mio spronarlo giova forse più a me che a lui. Ritrovo forze a ogni incoraggiamento che ricevo da Jona e che riverbero a Sebastiano qualche metro più in basso. Le lucine davanti a noi diminuiscono man mano. Gillman’s è vicino. Mi fermo un istante. “Ce la faremo” mi dico. In quell’esatto punto, sulla parete orientale del Kilimanjaro in Tanzania, verso le 5 del mattino del 16 di Agosto 2012, a pochi metri di distanza da mio fratello e da Jona, a circa 5650 mt di quota, qualche decina di metri più su rispetto ai miei tre amatissimi amici, ho sentito che ce l’avremmo fatta. E ho pianto. Quelle lacrime versate nel silenzio della notte, nella solitudine di chi sa bene che soli si nasce e soli si muore, sono state il marchio di un legame forte e imprescindibile. La cera lacca che cola strabordante dal sigillo dell’unione mia con la natura, con i miei amici più cari, mio fratello compreso. Ho sentito la fine di ogni bisogno, quietarsi la voce di ogni necessità. Ero io, noi. Una cosa sola con la montagna, la terra e il cielo. Lassù siamo stati per davvero vicini a dio.  “Cingue minuti amigo!” Così Jona, in un italiano sgangherato che molto ho apprezzato, ha confermato la mia intuizione. C’eravamo quasi. Un paio d’ore dopo il sorgere della luna si sono stesi sulle terre brune e grigie di queste altitudini i raggi rossastri e arancio del sole africano. Ci siamo lasciati alle spalle il Gillman’s da circa venti minuti. Ammiro per la prima volta le nevi rimaste in pace quassù. Sono rosee e turchesi. Immense. Si stagliano verso il cielo, poggiate pesanti sulla montagna, come solenni palazzi candidi, i ghiacciai che ci lasciamo a destra e a sinistra verso Uhuru Peak. Nevi antiche e pregiate, caparbie e impenetrabili. Non ricordo in vita mia d’aver osservato altrove spirito sì forte e ostinatamente opposto al drammatico cambiamento climatico che ne minaccia l’esistenza stessa. Tutto è velato di molte sfumature di arancione e di rosso che vanno schiarendosi al salire della palla infuocata sulla savana e le praterie. Di quassù vediamo ben poco. Lo strato fitto di nuvole e foschia ci isola da quel che è sotto. Sua maestà il Kili proietta la sua immensa ombra di forma conica e priva di punta verso le pendici del Monte Meru, poco distante ad Ovest. Dal Gillman’s siamo di nuovo tutti riuniti. Tutti tranne Andre, che con David procede a passo lento, qualche centinaio di metri più sotto. Il tratto alla vetta è morbido. Sono circa 300 metri di dislivello, lungo il bordo del cratere. S’interseca alla Rongai Route in corrispondenza del Stella Point. Sono in cima al continente africano da circa dieci minuti. Ho visto il sorriso e la gioia di mio fratello e degli amici Italo e Lodovico. Ho visto gli occhi lucidi di emozione e gioia. Abbiamo provato insieme cosa vuol dire volere ad ogni costo. Ce l’abbiamo fatta! Riapro gli occhi. Respiro. Scendiamo.

Da quassù io non scenderò mai.

Nicolò Ammendola

alt

alt

alt

alt

alt

alt

alt